Rezension über:

Carmine Pisano: Questione d'autorità. Un'antropologia della leadership nella cultura greca (= Antropologia del mondo antico; 11), Bologna: il Mulino 2019, 239 S., ISBN 978-88-15-28030-5, EUR 20,00
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Rezension von:
Carmine Catenacci
Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara
Redaktionelle Betreuung:
Matthias Haake
Empfohlene Zitierweise:
Carmine Catenacci: Rezension von: Carmine Pisano: Questione d'autorità. Un'antropologia della leadership nella cultura greca, Bologna: il Mulino 2019, in: sehepunkte 21 (2021), Nr. 7/8 [15.07.2021], URL: http://www.sehepunkte.de
/2021/07/34771.html


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Carmine Pisano: Questione d'autorità

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Il volume riapre o, per certi aspetti, apre la discussione sulla nozione e sul lessico dell'autorità nella Grecia antica. A lungo negli studi, infatti, si è ritenuto che la società greca fosse sprovvista del concetto così come del termine che lo designasse. Il fraintendimento di base, come sottolinea Pisano, deriva dalla tendenza a sovrapporre al contesto greco l'idea romana di auctoritas, che si fonda sul significato e sulla metafora dell'accrescimento (da augere). Diversamente, Questione d'autorità si propone di esplorare vie d'indagine interne alla cultura greca, senza mai rinunciare allo stimolo della comparazione antropologica, come mostra l'incipit stesso del libro che ci conduce nell'India del XIX secolo.

La prima e fondamentale questione è la seguente: di che cosa parliamo quando nella Grecia antica parliamo di "autorità", parola di matrice latina, ma non identificabile, come visto, col termine d'origine nella sua essenza etimologica? "L'autorità non è un universale antropologico: non è tanto un sentimento (almeno non è soltanto questo), ma è soprattutto una funzione sociale: intrattiene rapporti fortemente variabili con la sfera del potere" (14). La doppia negazione iniziale ("non è un universale antropologico ... non è tanto un sentimento") testimonia la difficoltà di definire il fenomeno. Tuttavia l'enunciato, nella sua seconda parte, si apre in maniera promettente a elementi positivi, sui quali l'intero lavoro si basa: l'autorità non ha carattere a-storico, ma è "un particolare tipo di relazione sociale che ogni cultura costruisce e rappresenta in maniera differente, servendosi di determinate pratiche e riti". La natura storico-relazionale ed extra-soggettiva della nozione di autorità è uno dei risultati più evidenti e condivisibili del libro, anche se la dimensione personale non va, a mio parere, annullata sia perché essa non è riducibile solo ed esclusivamente al "carisma" sia perché neppure quest'ultimo, come ogni forma di autorità personale, è fuori dal sistema delle relazioni sociali, a cominciare dalla componente biografica, che non può non concorrere alla leadership, ovviamente sempre all'interno delle specifiche strutture storico-culturali e di pensiero.

Una maggiore determinazione dell'obiettivo della ricerca si ottiene rimarcando la distinzione tra autorità e potere, che "non sono due sinonimi, ma due figure, due facce del "comandare", che possono coincidere e identificarsi, ma anche distinguersi e rimanere separate" (13-14). In sintesi, ricorrendo a una definizione ampia ma efficace, l'autorità "consiste nell'ottenere obbedienza senza dover ricorrere ai mezzi opposti della violenza o della persuasione" (43) o, se l'attenzione si sposta sul versante della ricezione, può aiutare a fare chiarezza, mi pare, la concreta definizione di Theodor Mommsen, sebbene riferita all'auctoritas latina, secondo cui essa è "più di un consiglio e meno di un ordine, un consiglio che non si può tranquillamente ignorare" (24).

Una volta che si è delimitato il campo di studio, il passo successivo è individuare il vocabolario inerente alla nozione (cap. I). Se la parola latina è auctoritas, che non ha paralleli tra i Greci, il termine greco che più si confà al concetto in esame, ἐξουσία, rivela subito una differente e peculiare qualità del fenomeno. L'autorità non è incentrata sul soggetto detentore e sul suo "accrescimento", ma si configura come la realizzazione di una possibilità astratta, una facoltà, che proviene ed è accordata dall'esterno. Rilevante è, in questa ricostruzione, il debito che l'Autore riconosce agli studi di Maurizio Bettini (Se l'autorità "fa crescere". Dall'auctoritas della cultura romana all'exousía dei Vangeli, in Id., Dèi e uomini nella Città, Roma 2015, 99-117). A proposito di riferimenti bibliografici, ci si sarebbe aspettati di veder citato, qui o altrove, il classico The Greeks and the Irrational di Eric R. Dodds sia per la fondamentale discussione che nei primi capitoli Dodds presenta su valori quali la τιμή e l'αἰδώς che sono nodali in Questione d'autorità sia per la pionieristica inversione del rapporto tra interiorità e fattori esterni che connota la psicologia omerica rispetto alle nostre abitudini.

La questione terminologica va studiata in stretta connessione con la prassi dell'autorità. Il primo banco di prova non può che essere Omero (cap. II). Dopo un'utile rassegna delle più significative teorie moderne sulla βασιλεία omerica ed equilibrate considerazioni sui rapporti tra mito e storia, Pisano punta l'attenzione sulle sezioni nelle quali i βασιλεῑς, spinti dall'urgenza delle circostanze, fanno riferimento alle origini e al valore delle proprie prerogative. Il risultato di maggiore evidenza è, in tutti questi discorsi, la centralità assoluta assegnata allo scettro. Il terzo capitolo allarga l'analisi ad altre culture. Il confronto metodologicamente consapevole, che si avvale soprattutto degli studi di Carlo Severi, valorizza casi di comunità nelle quali l'esercizio dell'autorità non è attributo personale di un uomo e neppure di una divinità, ma appartiene a un artefatto, come nel caso dello scettro omerico. Tra i paralleli addotti per gli oggetti "viventi" uno spazio privilegiato è riservato al "feticcio di chiodi" detto nkisi presso gli Zinganga del Congo.

Il quarto capitolo passa a prendere in esame gli spazi materiali e simbolici nei quali l'autorità si realizza. Il discorso si concentra nuovamente su categorie specifiche del mondo greco facendo tesoro, al tempo stesso, di sollecitazioni comparativistiche, al cui interno spiccano questa volta le ricerche di Francesco Remotti. L'analisi di contesti paradigmatici in cui l'autorità si estrinseca, quali l'ἀγορή e la βουλή, mette in rilievo l'importanza del "centro", andando oltre la dimensione religiosa ("la mistica del centro") e proponendo una rilettura del "centro" alla luce dell'interazione tra luoghi fisici e luoghi mentali. Ancora una volta emerge un'articolata dialettica tra oggetto e soggetto, nel senso che non sono "le doti personali del leader, ma è la strutturazione dello spazio a esercitare un effetto concreto sulla psicologia degli individui, che riconoscono l'autorità di qualcuno" (118). Evidente, in questa sezione come in altri punti nevralgici del libro, la robusta influenza della cosiddetta Scuola francese e, nello specifico, di Jean-Pierre Vernant. Come mostra l'episodio di Tersite nel secondo libro dell'Iliade, l'ἀγορή non rappresenta soltanto uno spazio materiale, ma anche uno spazio mentale, che sancisce una rete di vincolanti rapporti interpersonali, secondo i quali ciascuno deve stare al proprio posto e non può invadere 'zone sociali' a lui non spettanti. Se con anacronismo un po' provocatorio si volesse accedere a un confronto dei giorni nostri, un principio di trasgressione (antiestetica o tersitea) dell'ordine spaziale sociale, cioè dei suoi luoghi materiali, rituali e concettuali, è ravvisabile nell'invasione di Capitol Hill a Washington nel gennaio 2021.

L'antropologia del "centro" rappresenta un tema di vasta portata e si aprirebbe a vari sviluppi che l'Autore decide consapevolmente, immagino, di non trattare. Mi limito a segnalare la centralità, per giocare con le parole, dell'espressione ἐς μέσον nella politica di età arcaica e classica, che diventa una sorta di sinonimo linguistico ed ideologico della condivisione delle prerogative di primato, già nell'ambito gentilizio e successivamente in quello isonomico-democratico. Basterà ricordare l'episodio erodoteo di Meandrio che, succeduto a Policrate tiranno di Samo, vuole restituire "lo scettro e la potestà" (σκῆπτρον καὶ δύναμις) del suo predecessore e rimettere il comando ἐς μέσον (Hdt. 3, 142, 3). Una locuzione ricorrente che, per restare a Erodoto, identifica la dimensione pubblica in chiave politica (e.g. 3, 80, 2), ma anche in riferimento agli spazi del dibattito e dell'esercizio autorevole della parola, fino alla corte persiana (1, 206, 3; 7, 8 δ 2).

La seconda parte del libro porta alla ribalta alcuni interpreti e attori della parola autorevole. Del quinto capitolo sono protagonisti araldi, indovini e aedi, categorie professionali che operano per il popolo (δημιοεργοί). Fili conduttori dell'indagine sono nuovamente oggetti come lo scettro e nozioni come quella di "centro". Anche in questo caso, lo sguardo è incentrato sul mondo omerico e non vengono aperte altre finestre storiche. Penso, innanzitutto, alle problematiche forme di autorità riconosciute al poeta e ad alcuni poeti in particolare, come Pindaro e i melici corali, non solo presso le comunità civiche, ma persino alle corti di prìncipi quali Ierone di Siracusa, Terone di Agrigento, Arcesilao di Cirene o Alessandro di Macedonia. Ancora, nell'ambito poetico-amoroso si potrebbe pensare all'autorità (malferma) del poeta-erastès Teognide o, a livello politico internazionale, all'autorità riconosciuta ad azioni di arbitrato, come per Periandro di Corinto (Hdt. 5, 95, 2). «Nel mezzo». Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (Pisa 2014) è un libro di Andrea Cozzo che potrebbe contribuire ad arricchire l'analisi di alcuni temi presenti in Questione d'autorità.

Il sesto capitolo affronta la questione della legittimazione dell'autorità. Se due o più figure posseggono le prerogative necessarie per essere investite dell'autorità, come viene esercitata la scelta? Alcuni miti, e segnatamente le loro rielaborazioni sulla scena tragica a opera di Euripide, mostrano che il processo di legittimazione deriva da Zeus attraverso segni e prodigi. Un peculiare demarcatore culturale, che connette i βασιλεῑς al mondo divino e li legittima, è l'oro. Un caso di studio è offerto dalla storia del vello d'oro, che viene ripercorsa sulla scorta delle versioni di Pindaro nella Pitica 4 e di Apollonio Rodio nelle Argonautiche. La dilaniante posizione di Medea come dispensatrice di autorità tra il padre Eeta e lo sposo Giasone consente di inoltrarsi nella sfera delle relazioni parentali.

La personalità di Medea introduce, quindi, al complesso rapporto che associa figure femminili e autorità, sul crinale tra storia e mito, realtà e immaginario degli antichi, ma anche dei moderni (cap. VII). Due sono le voci autorevoli di donne che Pisano approfondisce: Aspasia di Mileto e la Pizia delfica, la prima un nome quanto mai individualizzato (anche al di là dei dati storico-biografici), la seconda una persona quanto mai anonimizzata (anche al di là dei dati storico-biografici). Corpo e parola si segnalano come tratti caratterizzanti di queste forme di autorità al femminile.

L'ottavo e ultimo capitolo pone in piena luce una struttura portante dell'intero libro: la necessità di liberarsi dai pregiudizi derivanti dalle consuetudini di culture nelle quali il principio di autorità s'invera in un corpus di testi, per approdare alla brillante nozione di "autorità senza autore" (Carlo Severi), tipica delle civiltà orali. In tali società, fortemente autorevoli risultano manifestazioni adespote della parola quali i grandi mythoi, ma anche i racconti minori come quelli delle balie, per riprendere le parole di Platone (Resp. 377c). E ad essi si aggiungono le voci, le dicerie, i proverbi e le sentenze, fino al νόμος, cioè l'insieme tradizionale e autorevolissimo di norme, efficacemente definito un "βασιλεύς senza corpo" (206).

Per questioni di spazio non è possibile in questa sede dare conto della pluralità di interessi e spunti che il pregevole libro offre. Questione d'autorità ha il merito di concentrare il proprio sguardo su espressioni peculiari dell'autorità nella cultura greca, ma al tempo stesso sa collocarle su uno sfondo più ampio e sa vagliarle da prospettive complementari (linguistica, storico-culturale, antropologica e di psicologia storica). Spicca l'analisi di quattro elementi che contribuiscono a definire e conferire l'autorità: la persona, gli artefatti, gli spazi e la parola, il primo dei quali esce ridimensionato rispetto agli altri. Il volume avvia una salutare e innovativa revisione del fenomeno della leadership nel mondo greco. In questo senso è auspicabile che la ricerca, come prospettato anche dall'ampio titolo, possa estendersi presto ad altre manifestazioni e ad altri contesti di applicazione della nozione di autorità nella Grecia antica.

Carmine Catenacci