sehepunkte 11 (2011), Nr. 4

Sandra Costa: Dans l'intimité d'un collectionneur

La riflessione critica su modalità e scopi di una storia del collezionismo che voglia essere adeguata alle esigenze storiografiche complessive è sicuramente uno dei temi più importanti del dibattito critico degli ultimi decenni. Si tratta, non sempre con facilità, di superare la dimensione, in fondo meccanica, della riproduzione di inventari e dell'identificazione delle opere per comprendere come un inventario o qualsiasi altra fonte documentaria del collezionismo costituisca anzitutto un genere letterario (con le convenzioni e le omissioni del caso), attraverso il quale si possono intuire frammenti preziosi di storia della civiltà. Realizzare una collezione, come s'inizia a comprendere, vuol dire aderire a una moda, darne una rilettura personale, rispondere ad una precisa strategia politica sia individuale, sia fazionaria, e soprattutto servirsi di una rete d'intermediari che rendono ingenua la vecchia immagine del rapporto solo diretto con gli artisti, e che al contrario divengono i tramiti per un respiro culturale spesso di livello europeo.

A tali questioni dà risposta Sandra Costa con un caso concreto, sufficientemente grande da poter essere esaminato con dovizia di particolari, senza peraltro raggiungere il livello monstre di collezioni quasi ingestibili tipo Barberini o Ottoboni. La scelta è interessante anzitutto per la singolarità del personaggio: Livio I Odescalchi, duca di Bracciano, Sirmio e Ceri (1652-1713) è un caso singolare perché nipote di un papa antinepotista come Innocenzo XI (1676-1689), volutamente privo di un cardinale-nipote e non tenero nei confronti dello stesso nipote "laico", appunto Livio. Naturalmente la negazione apparente del favore papale non impedisce affatto l'inserimento di casa Odescalchi nella nobiltà romana, né al giovane Livio di diventare un punto di riferimento per tutta la stirpe e per molti anni un collezionista e mecenate di livello europeo. L'indagine di Sandra Costa si muove con rigore sulla disamina delle fonti manoscritte, in larga misura inedite: e anzi questo rapporto forte e ideologizzato permea l'intero volume, con buona pace delle sacche di resistenza che, per quanto sembri strano, ancora incontra questa necessità primaria della disciplina. Il primo capitolo è dunque dedicato all'archivio Odescalchi (oggi in massima parte presso l'Archivio di Stato di Roma), in specie al fitto epistolario di Livio; il che porta all'immediato emergere di Francesco Maria della Porta, agente e tramite privilegiato ma in qualche misura anche consulente, ma anche all'esame parallelo delle fonti iconografiche come testimoni delle mutazioni strategiche. Alla corrispondenza artistica di Livio è dedicato il secondo capitolo, acuto nell'esaminare l'adesione ai topoi retorici e la precipua capacità di mescolare le informazioni artistiche con quelle generali, come segno di un'arte della conversazione scritta già antesignana di modelli settecenteschi maturi. Le modalità concrete con le quali la formazione delle volontà artistiche, la dialettica decisionale, l'impartizione di concreti ordini d'acquisto, l'operazione reale di acquisizione e trasporto delle opere sono i soggetti del terzo capitolo, con una notevole capacità di superare le stesse tendenze microstoriche a vantaggio di uno studio della percezione sociale integrale dell'arte. L'uso politico dell'arte come strumento di coesione consortile all'interno e di diffusione o di polemica all'esterno, oltre che di indicatore del rango nobiliare raggiunto, è l'argomento del quarto capitolo: e qui è semmai rilevabile un'attenzione non molto alta a quella consorteria Arese di cui pure gli Odescalchi erano parte, e che a partire da Milano aveva elaborato un uso politico dell'iconologia di straordinaria coerenza. In altre parole, l'attenzione dell'autrice è più sul personaggio Livio che sulla realtà politica di cui è espressione; a riprova, l'attenzione dedicata, con notevole finezza, nei capitoli successivi all'ethos del della Porta (cap. 5) e a quello dello stesso Livio (cap. 6), non trascurando, per il primo, il tema affascinante del consigliere che colleziona per sé oltre che per il principe. Il capitolo settimo porta in scena alcuni degli interlocutori artistici coi quali Livio costruisce la propria "autorità" milanese: personaggi come Evangelista Martinotti o Giacomo Frisia (che non a caso la storiografia più recente, inclusa la stessa Costa, sta mettendo in luce quali tasselli fondamentali della formazione milanese di Andrea Pozzo), o come quello straordinario artista e uomo di cultura che fu Cesare Fiori, nodale per la cultura medaglistica del duca.

Altrettanto importanti risultano i rapporti con l'ambiente comasco e con il collezionismo milanese, anche se l'eterogeneità degli studi sul secondo non consente che conclusioni provvisorie. La capacità di Livio di porsi al centro dello scenario europeo (compresa la scelta programmatica del francese) e l'arditezza delle sue scelte sono oggetto del capitolo ottavo (incluse le sagaci incursioni a Venezia e nella Spagna di Carlo II), mentre il seguente e ultimo sintetizza le prospettive sin qui impostante, compreso il rapporto preferenziale con Lazzaro Baldi e più ancora con quello che è il grande pittore di casa Odescalchi, Jakob Ferdinand Voet; ma anche l'abile acquisizione di una parte cospicua dell'eredità di Cristina di Svezia. La codificazione testamentaria ed inventariale - non mero strumento logistico ma autorappresentazione per monumenta - è poi analiticamente trascritta nel CD allegato.

In tempi di approssimazione, il volume della Costa si segnala per ampiezza della ricerca archivistica, per rigore metodologico nella ricostruzione dei circuiti di committenza e del loro significato politico e sociale, per ampiezza di vedute sulla cultura collezionistica fra Sei e Settecento (dunque nel radicale mutamento della crisi della coscienza europea, per evocare Paul Hazard), per acuta comprensione della mutazione di ruolo della funzione di nipote del papa nella fase di trapasso che si concluderà con la bolla antinepotistica di Innocenzo XII Pignatelli (1692). Grande e raffinato collezionista, Livio Odescalchi è per questo una personalità nodale del passaggio secolare: e tale lo si ricomincia ad intuire nelle pagine documentate e avvincenti di Sandra Costa.

Rezension über:

Sandra Costa: Dans l'intimité d'un collectionneur. Livio Odescalchi et le faste baroque (= Collection Archéologie et histoire de l'art; No. 30), Paris: CTHS 2009, 463 S., ISBN 978-2-7355-0690-3, EUR 69,00

Rezension von:
Andrea Spiriti
Università degli Studi dell'Insubria, Varese
Empfohlene Zitierweise:
Andrea Spiriti: Rezension von: Sandra Costa: Dans l'intimité d'un collectionneur. Livio Odescalchi et le faste baroque, Paris: CTHS 2009, in: sehepunkte 11 (2011), Nr. 4 [15.04.2011], URL: https://www.sehepunkte.de/2011/04/19709.html


Bitte geben Sie beim Zitieren dieser Rezension die exakte URL und das Datum Ihres letzten Besuchs dieser Online-Adresse an.